Antonio De Lisa- Un secondo orizzonte ((Poesie 2012-2018)

POESIA

Io ti chiamo Poesia,
amante
e infine sposa.
Un trattato di metafisica
in quattordici versi.
Un viaggio nell’infinito
di sola andata,
senza ritorno.
Dopo millenni
fresca come una rosa.

VOCINA

Avete presente
quando un cagnolino
vi scodinzola intorno
svegliandovi

o anche un bambino
di cui avvertite sulle guance
il contatto del bacio
prima di aprire gli occhi?

Così mi è apparsa
un’idea all’alba
che sto inseguendo
da mille notti.

Nientedimeno che
una “definizione”
della poesia.
Una vocina ripeteva:

“Che cos’è la poesia?
Tutta la musica,
più il senso”. Ora
ci penserò tutta la giornata.

UNA MADELEINE AL MIRTO

La mia piccola Madeleine
odierna è un biscottino di mirto.
Non so bene Madeleine di cosa.
Più che di memoria di luoghi

è memoria di poesia.
Un frutto che rimanda a rime
e ritmi dannunziani, a mitologici
splendori versiliesi; sa di macchia

e di languori pomeridiani
e di sensuosi abbandoni.
E’  dolcezza di una poesia
senza complicazioni;

sa di baci e di carezze
tra cespugli e anfratti
in una nuvola di rime
e di suoni.

I SUONI DELLA NOTTE

I suoni della notte
hanno qualcosa della musica
e qualcosa della casualità
del rumore.

Segnano lo spazio,
scandiscono il tempo,
sono come un’eco
della giornata trascorsa.

Amici che ci trattengono
dall’entrare troppo in profondità
in noi stessi. Ci accudiscono come
cani fedeli. Il silenzio non esiste.

SILENZIO

Come un adolescente
schiaccio il naso
sul vetro della finestra
mentre fuori il mondo
si stiracchia in un nuovo inizio.

Le auto sono rade,
la pioggia intermittente;
qualche goccia
rimbalza sul vetro,
come a volermi destare
dal sogno a occhi aperti.

E’ da un pezzo che vivo in sogno
incrociando il tuo pensiero,
è da un pezzo che stento a credere
che tutto questo sia proprio vero.

CANZONE

Basta poco, una canzone,
ne decifri le parole
ma forse non hanno importanza,
quello che ti rapisce è il richiamo,

la sua portata,
l’impressionante
suo potere ancestrale.
Basta un niente, un’emozione.

Sembra spingerti a guardare
negli occhi il suo altrove.
Non ti resta che mormorare
rapito una sommessa serenata.

DOLCE AMICA CANTI E AMORI

Mia compagna canti e amori
dolce amica, bei tesori
da un vita senza inganno
siamo andati delibando.

Ti ricordi quella volta,
eravamo ragazzini,
ci scoprirono una sera
(volevamo farla noi

la scoperta).
E giù le botte.
Ma nel sangue che colava
dal mio naso mi rimase

il sapore malandrino
e inebriante delle tue
cosce.
Dolce amica i canti.

Ora ti seguo.
Lontano.
Anche se famosa,
ti amo.

Mia compagna canti e amori
accendendo i nostri sensi
abbiamo spento
le angosce.

MADRIGALE I

Nella vita banale
che scivola e non lascia che ombre vaghe
-infestate di piaghe-
tu, la più viva che mai, immateriale

come un sogno rituale,
rinnovi nel ricordo sensazioni
antiche, che il tempo non ha sbiadito
come un colpo mortale

su insepolte emozioni.
Indeciso se chiamarti,
sfinito
di desiderante invito,

percorro ancora
una volta il tuo seno.
Con te presente
ritorna il sereno.

IL SONNO DI PINETA

Il sonno di pineta è pieno
di suoni nel giorno
del solstizio estivo
con il sole allo zenit

sul tropico del Cancro,
alle tre di pomeriggio,
-la mia ora preferita,
quella in cui il fauno

a passi felpati sceglie
il suo luogo-  il tempo
sembra rallentare.
Tra i cespugli di macchia

si intravede il mare
qualche metro più sotto
e sembra  volerti cullare
con  il suo borbottio

sugli scogli affioranti,
accolto con compiaciuto
assenso da una coppia
di gabbiani incerti

tra seduzione e stasi.
Il caldo eccita il frinire
delle cicale e sulla terra
coperta di foglie lucertole

guizzano ebbre
intorno al tuo giaciglio
regale di sogni.
Il leggero venticello

di brezza sfiora la pelle
come una carezza
prolungata e le palpebre
lasciano filtrare

il movimento delle luci
in un caleidoscopio
che invita a una quieta
meraviglia.
Il tempo si fa ondivago
e lo spazio si dilata:
è tutto lontano
e tu lo senti.

I tuoi spiriti protettori
vigilano sul tuo corpo
di terra con i loro mille
occhi sorridenti.

ZAGIAL

Il tuo senso del ritmo mi innamora
ignota, splendida signora.
Il luccichio della tua collana

che semina di luci la pedana
richiama un’attrazione lontana
splendente  nel frastuono dell’ora.
E io vorrei prenderti a volo
a cento passi lontano dal suolo
e baciarti mille volte in volo
mentre spunta una lucida aurora.

IL TUO CORPO CHE DANZA

Il tuo corpo che danza muove lo spazio
in sempre nuovi disegni: l’osservo,
che si sottrae al freddo coacervo
di divieti ordinari, mai sazio.

Mi piace il suo ritmo nascosto
e mentre lo chiamo a passi inusuali
ne controllo e ammiro l’ascesa
e il celato arabesco delle ali.
Accade che prenda il suo posto,
esso il mio, non c’è miglior intesa.
L’aperta sfida mi seduce, senza resa.
Perché non ci vediamo più? Dove sei?
Ci chiudiamo in un freddo fair play.
Ma io ancora di te non sono sazio.

LA DANZA, IL BUIO, L’INFINITO

A vederti ballare
col tuo passo lieve e disinibito
che scivola in un modo indefinito

vorrei dirti tre e tre volte amore,
ma mi basta uno sguardo
perché so che i tuoi passi dorati
a me son dedicati e a nessun altro.
Mi faccio spettatore,
in una folla di umori appagati,
come il muto bersaglio della freccia.
E’ scoccata verso un nuovo invito,
come la danza, il buio, l’infinito.

INDECISO

E la sua assenza
la sento più viva
di mille presenze,
e mi sembra allora

che si svolga, forse,
come una metamorfosi
dell’assenza in essenza,
così mi appare,

quasi la vedo,
ma non la metamorfosi: lei,
vedo lei, insieme
alla metamorfosi

che di lei è specchio,
quasi, e allora penso,
mentre all’alba
mi frantumo e mi sciolgo

nelle mille schegge di luce
di un giorno
oscuramente luminoso,
annusando l’ambiguo

odore del freddo
che stordisce e ristora
-dopo una notte in bianco-
penso, ma non so cosa penso,

e nemmeno lo so se penso,
e si fa riempire, il tempo,
della sua assenza,
ma è un’impressione,

come il ricordo
incombente
della sua presenza.
Indeciso.

VIA TVERSKAIA A MOSCA

In una elegante caffetteria
di via Tverskaja a Mosca
un grandioso infuso alla menta
mi separa da una ragazza bella come il sole.
E’ un sabato sera di un anno speciale.

Parla un ottimo inglese (e francese),
e ha un bellissimo maglione di cachemire.
Fare spese il sabato sera è normale,
non lo chiama “consumismo”,
anche le canne appaiono normali.

Cerca quello che cercano
i suoi coetanei occidentali:
una bella casa,
un lavoro prestigioso,
il grande amore della sua vita.

E’ tutto “normale”, molto “normale”.
Solo il passato non è “normale”,
una cosa strana, un’anomalia,
in questo paese, in questa città
che sembra accusare la ferita.

SHANGAI SONG

Dalla finestra di un hotel
a un piano qualsiasi
di un grattacielo di Shangai
osservo una fanciulla che fa yoga
nell’appartamento di fronte.

Dopo la serata nel vecchio quartiere
francese e una notte insonne
fatico a tenere aperti gli occhi.
Non riesco a distinguere la realtà
dalla visione, il sogno dall’immaginazione.

La mattinata grigia spegno lo scintillio
di Pudong, dove sembra di essere a New York.
L’apparizione mi sembra più vera della realtà,
più immaginosa dell’apparenza.

Come la vecchia Cina
che si svuota della sua essenza.

SOLO ATTESA

Quando ti penso
il mondo mi sorride dentro.
Quando ti sento
è come se si fermasse il tempo.
Quando ti percepisco
ascolto il fruscio delle ali,
come una sorpresa.

Quando ti sento
so cos’è un canto.
Quando ti muovi
so cos’è la danza.
Quando ti abbraccio
mi dimentico di esistere,
sono solo attesa.

Quando ti lascio
è come uscire dal mondo.
Quando ti rivedo
è come un raggio d’inverno.
Quando chiudi la porta
so come è esser soli
all’inizio di una discesa.

Quando ti annuso
scivolo dentro un sogno.
Quando ti sogno
è come perdere il centro.
Quando ti penso,
mi dimentico di esistere,
sono solo attesa.

RESPIRO

Mi immergo nel tuo respiro
ebbro di sensazioni
inconsuete, a tratti fugaci.

I tuoi battiti del cuore,
sono l’unico ritmo che ascolto,
lontano dal mondo consueto.

All’ inizio mi eri quasi indifferente,
poi poco a poco mi hai invaso
e solo allora ho capito che cedevo.

Si era aperto un varco nella diga,
crollava il mio vecchio passato,
mi si schiudeva un mondo nuovo.

Ora lo so che non posso fare altro,
ora lo so che sono andato,
ora posso solo ubriacarmi di te.

DESIDERIO

Sei nei biscotti che inzuppo nel latte
nella chiave di accensione,
sei nel frigorifero e nel portone,
nei passi all’addiaccio,
sei in ogni cosa che faccio.

Ti transustanzi a colazione
con rito leggero e fuggitivo.
Ti raddoppi all’ora dell’aperitivo,
triplicandoti a cena.

Sei nei sogni che spero.

Sei in ogni mio singolo pensiero.

UNA MUSICA SENZA NOME

Le parole fuori circuito,
quelle che non servono più,
senza funzione,
di puro piacere,

di duemila anni
o di dieci minuti appena,
si alzano come
lucciole incantate

su per la collina e formano
a quest’ora una costellazione
di pura bellezza,
una musica senza nome.

GHIACCIO

Nel deserto di ghiaccio
scricchiolano lusinghe
e gemiti; cristalline
escrescenze lunari
si affilano nelle carni,
appuntite e sonore, ma calme.

L’impassibile notte
cela lo sguardo, ferma
i gelidi passi
nello stupore incantato
che muta con lo sguardo.

Il cielo è pieno di segnali.

SOLE D’INVERNO

Sulla spiaggia due giovani efebi
si lanciano una sfida di salti
a torso nudo, a bruciare
le distanze delle giravolte
nel brillio della luce dorata.

Il mare d’inverno
mormora piano il suo
canto mattutino
intorno ai nostri piedi,
resi timidi dallo stupore
di essere lì fuori stagione.

E’ la stupefazione dell’ora

Siamo noi gli intrusi,
con una chitarra
ad intonare
il pigro movimento della risacca.

I pensieri volano piano
nella tersa luce dell’inverno,
conoscono la virtù riparatrice
degli sguardi.

VIAGGIO NOTTURNO

Sugli scogli che affiorano pigri
tenero è il sussurro del vento
per onde che fremono cantilenanti
nella scia della barca che solca

la notte.

Nel mare una distesa di silenzio
complice delle ombre sulla costa
in un manto che nasconde le anse
come una coperta di affanni.

Il viaggio notturno cerca
l’orizzonte
e la tua concava malinconia
nella brezza ondivaga e mutevole

delle tue diecimila direzioni.

UN CALCIO AI PROBLEMI

Non era un poema
ma è stato bello
quasi tutto e per intero:
l’alberghetto improbabile,
dove si mangiava male
e non scherzo, parlo sul serio,
la spiaggia d’inverno,
un calcio ai problemi.

IL MARE D’INVERNO

Nella luce che scheggia il manto
di neri detriti ti sei avvolta
con pacata lussuria,
con splenetica ingordigia.

Io invece sembro un cane zoppo
e ansimante; ma solo da vicino,
da lontano posso anche
apparire un dio ignaro

che accarezza la riva.
Così appare la spiaggia
a chi d’inverno
muove lento i pensieri,

spoglio di desiderio.
Ma a me basta il rumore
della forte risacca
per rievocarne il lontano splendore.

UNO STRANO SOLE

Finalmente è sceso il buio.
Ho qualche remora ancestrale
a mettermi a letto con la luce del sole.

Sembra di profanare i confini rituali
di divinità apotropaiche.
Non ci si mette a letto con la luce del sole.

Qui è una specie di lucernario,
che si pavoneggia all’orizzonte,
vanitosissimo e innocuo.

Tinge i capelli delle bellissime
ragazze norvegesi,
ma non ferisce nel profondo.

L’ONDA DEL FIATO

Perfetto sull’onda del fiato
senti il suono, tutto un canto.
Volteggia divina e altera,
tocca il piano come furia

e accende la notte e l’amore.
Tasti bianchi, tasti neri.
La musica come un delirio.
Cenni solo a me diretti

si lascia sfuggire talvolta,
madrigali sospirosi,
fraseggio e concerto d’amore
come quelli di una volta

prima di passare
al cospetto
da amante
a spettatore.

IL PAESE DELLE OMBRE

Quando sei con lei
nel paese delle ombre

la sera ce l’hai già dentro e ti avvolge
con lievi fruscii e silenzi dorati:

il sontuoso preludio della notte
è avvolto in una nuvola di echi

come uno sciame che vibra ai tuoi passi
e scuote lo sciame dei tuoi pensieri

dalla loro distratta fissità
sconvolgendone e mischiando le orme.

E’ la metamorfosi delle ombre.

UN PIANOFORTE A TASHKENT

Qualcuno sta suonando 
un piano un po’ scordato
nella sala di entrata 
dell’albergo  di Tashkent.

Siamo giusto in quattro:
noi due tiriamo sempre un po’ tardi;
una coppia di russi che gorgoglia
vezzeggiativi in una angolo.

I camerieri, dai lineamenti
disperatamente mongolici,
sonnecchiano dietro snak bar deserti
sognado yurte immerse nel silenzio.

Suoni lenti cavalcano 
la notte della steppa.
Tra i tappeti dell’Asia centrale
questa musica non ci sta male.

SAMARCANDA

A Samarcanda anche i pensieri
si pongono in prospettiva.
Le cose importanti perdono senso,
le piccole cose ne acquistano.

Ma devi avere la giornata tutta per te.
Misurare lo spazio.
Inoltrarsi nel mercato
sfavillante si spezie.

Accettare che la tua piccola storia
e la grande Storia
siano inguaribilmente sfasate.

La condizione più appropriata
per Samarcanda
è quella del flaneur.
Lo spazio ti riempie.

DESERT BLUES

Nel deserto ti vedo smarrita
come non capita altrove,
in un buio pieno di luce.

Tra le  privazioni di una tenda
e di uno spazio che di notte ulula
e di giorno brucia.

Il sibilo del deserto pervade
la memoria profonda,
della nostra complicità.



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